Lettera aperta al Prefetto e al Sindaco (a cura di Alessandro Augelli)

A proposito di utilizzo politico degli spazi pubblici… La risposta di Cittàperta al comunicato stampa relativo alla riunione del Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica.

Perché chiudere le piazze? È davvero necessario? Negli scorsi giorni ho avuto modo di leggere il comunicato stampa relativo alla riunione del Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica e ho appreso con preoccupazione, occupandomi di giovani e partecipazione in questa città, il passaggio in cui viene “esclusa dai percorsi delle manifestazioni” la possibilità di transitare nelle “principali piazze della città, cioè piazza Loggia, piazza Vittoria, piazza Paolo VI e piazza Mercato, per il loro profilo storico, culturale e socio-economico” in particolare nelle giornate di “venerdì e sabato”.
In primo luogo perché storicamente le piazze delle città rappresentano uno dei luoghi della politica e della democrazia. Siamo certi che escludere il passaggio non sia lesivo della libertà di movimento e di espressione delle opinioni politiche? Se togliamo questo aspetto, cosa resta in quelle piazze, il consumo e il commercio?  
È giusto che i cittadini abbiano la possibilità di dedicarsi a una giornata di shopping in centro, ma perché questo deve essere in contrapposizione all’inalienabile diritto di esprimere la propria opinione in modo civile e nel rispetto delle norme?
Questo orientamento arriva a pochi giorni di distanza dalla manifestazione del 24 settembre 2021, organizzata dal movimento Friday for Future, in cui una moltitudine di giovani ha preso parola su temi che riguardano il futuro della città e più in generale del pianeta, in modo autentico, comunicativo e rispettoso, dando un’immagine dei giovani diversa da quella che quotidianamente occupa la cronaca locale dei quotidiani. 
Quale tipo di messaggio vogliamo restituire ai giovani che hanno dato vita a questo tipo di movimento? Da oggi nel centro vitale della città non ci possono più essere spazi pubblici, ampi e visibili, dove esprimere le richieste di cambiamento? 
Infine, ho trovato inusuale la forma del comunicato stampa come strumento di indirizzo, certo oggi la comunicazione tempestiva ai media è un aspetto importante, ma mi domando quali siano gli atti amministrativi conseguenti o a supporto di tale decisione. 
Sperando di ricevere risposte alle molte domande che vi ho posto in questa lettera colgo l’occasione per salutarvi cordialmente.

Cos’è il femonazionalismo? (a cura di Piero De Luca)

«Non è stata data la giusta attenzione alle modalità attraverso cui le ideologie razziste e le istituzioni anti-immigrazione vengono incentivate e modellate dalle campagne islamofobe in nome della parità di genere»

Sara R. Farris

Diventato una categoria analitica di riferimento per molte pubblicazioni e dibattiti femministi, il concetto di “Femonazionalismo” è stato perfettamente spiegato da Sara Farris, professoressa associata presso la Goldsmiths University di Londra, durante l’incontro con Cittàperta di martedì 20 aprile insieme a Raisa Labaran e Munia Deguig del Centro Culturale Islamico di Brescia e dei Giovani Musulmani d’Italia.

Nel libro “Femonazionalismo. Il razzismo nel nome delle donne” l’autrice esamina come i nazionalisti di destra, i neoliberisti e alcune femministe e organizzazioni per le pari opportunità, invochino tutti i diritti delle donne con l’obiettivo di stigmatizzare gli uomini musulmani e aumentare i consensi politici con le loro politiche anti-migranti. Partendo dal presupposto che Sara Farris riconosce perfettamente la posizione di “svantaggio” sociale delle donne, soprattutto delle donne musulmane, la sua critica è rivolta all’ormai diffusa idea che siano le vittime per eccellenza, così come vengono rappresentate nel nostro immaginario di europei.

Il maschio islamico è dunque l’oppressore e la donna islamica è la vittima. Il messaggio è stato fatto proprio da partiti di destra, le cui politiche sono analizzate in modo accurato dall’autrice, che prende in esame l’olandese Parttij voor de Vrijheida, il francese Front National e l’italiana Lega di Matteo Salvini, confrontando le dichiarazioni e le politiche di integrazione proposte. Queste idee si sono diffuse tra chi difende il sistema neo liberale e tra alcune donne – “femocrate” per dirla alla Farris –  in una sinergia fragile, che può essere reversibile se criticata e destrutturata culturalmente, ma che è stata amplificata in modo enorme dai media, radicandola nel senso comune.

Sara Farris sceglie di usare il termine “convergenza” che meglio descrive la fluidità, il fatto che persone e personaggi politici provenienti da progetti politici molto diversi stiano convergendo in questo spazio dove sussistono molte contraddizioni. Ci troviamo di fronte a qualcosa di “non nuovo” rispetto a ciò che sta accadendo. Ci sono nella storia esempi di imperialisti e colonialisti che sostengono di portare la “civiltà” in “paesi incivili”, e questo comprende i diritti delle donne. In Algeria, negli anni ’50, l’esercito francese sviluppò questa ossessione per cui bisognava togliere il velo alle donne musulmane. Anche alcune femministe hanno sostenuto queste imprese coloniali nel nome dei diritti delle donne. Ciò che si è affermato dall’11 settembre in poi, è la crescente popolarità dell’idea che i diritti delle donne siano particolarmente in gioco quando si tratta di comunità musulmane.

Un altro aspetto sui cui si è soffermati, e che trova degli argomenti in comune con Il Manifesto della Cura, guarda all’aumento della domanda in Occidente per il lavoro femminilizzato – assistenza all’infanzia, badante, assistenza agli anziani, pulizia, lavoro domestico – e come questo si riferisca al trattamento delle donne migranti musulmane in particolare.  Come ribadito da Sara Farris, durante l’incontro, l’idea che i migranti siano ladri di lavoro è molto maschile.  Le donne migranti, invece, non sono realmente rappresentate nei media come ladre di lavoro, ma come obbedienti vittime passive delle loro presunte culture arretrate. Questa è la sessualizzazione del razzismo. Le donne vengono presentate come vittime per le quali, se correttamente assimilate, si può fare spazio – mentre gli uomini migranti sono gli “altri” irrecuperabili.

Una conclusione che emerge dal libro e che sarebbe utile discutere è il tema dei diritti che da anni è diventato dominante nel pensiero politico. Un argomento che diventa ambiguo e manipolabile ideologicamente. Forse il tema dell’uguaglianza e della lotta contro il suprematismo bianco, in qualsiasi forma si manifesti, è un terreno più solido delle lotte per la libertà femminile. Forse è proprio il neo liberismo e tutte le ideologie ad esso collegate a dover essere sconfitte. Senza questa consapevolezza, le lotte delle donne rischiano di rimanere dipendenti  da sistemi economici e culturali ostili da millenni alla libertà femminile. Vediamo come i temi e gli slogan del femminismo vengano usati per chiudere spazi di libertà e per descrivere il patriarcato solo come un errore, un impedimento da correggere sulla via del progresso, ma sappiamo anche come, proprio nei femminismi, ci siano le possibilità di resistere ad ogni femonazionalismo.

Si può vivere senza cura? (a cura di Giuditta Serra)

“In questo mondo l’incuria regna sovrana”

The Care Collective, Manifesto della Cura

Come ben spiegato da The Care Collective in Manifesto della Cura, da quando le democrazie occidentali hanno abbracciato le politiche economiche del capitalismo neoliberista la crisi della cura si è aggravata: a partire dagli anni 80 del novecento, infatti, lo smantellamento sistematico delle politiche sociali e delle comunità ha portato ad una crisi che ha mostrato tutta la sua gravità in questo anno di pandemia[1]. Da decenni gli stati scelgono di ritirarsi dai compiti di cura lasciando indietro le persone più vulnerabili, deboli, povere e sole; scelta particolarmente grave in quanto non motivata da un effettivo calo dei bisogni o dall’integrazione di soluzioni alternative. Questo andamento provoca sostanzialmente due ordini di conseguenze a livello sociale: un generale abbassamento della qualità della vita e del benessere delle persone più fragili (solitudine, malattia e impoverimento[2]) e un appesantimento del carico di lavoro di cura invisibile, informale e non retribuito… svolto in massima parte dalle donne[3]. In quest’ottica i mancati investimenti nel welfare non sono stati veri e propri risparmi in quanto ci si è limitati a scaricare sulle donne il conto di quei servizi di cura che dovevano comunque essere garantiti[4]: basti pensare che in Italia solo il 13.5% dei bambini e delle bambine ha un posto nei nidi pubblici[5] o all’impatto che la DAD ha avuto sul lavoro delle donne durante i mesi di pandemia[6].

Crediamo sia giunto il momento di dare la giusta rilevanza politica al tema della cura; e il discoro che vogliamo affrontare prende le mosse da una premessa fondamentale, ossia da un ripensamento radicale della categoria di soggetto/cittadino che raccolga il guadagno di un certo pensiero femminile e femminista europeo e statunitense. La politica che ci interessa, infatti, non intende occuparsi dell’individuo così come teorizzato dalla politica moderna, ossia un soggetto sano, indipendente, autonomo e razionale, perché questa definizione non descrive le persone reali. La politica che ci interessa vuole occuparsi degli esseri umani: bambini e bambine, adolescenti, donne e uomini, persone malate, disabili, anziane e anziani, donne in gravidanza, genitori… persone che vivono nella società con i propri corpi relazionali, vulnerabili, fragili, interconnessi e dipendenti. Perché è così che siamo: fin dal momento della nascita gli esseri umani hanno necessariamente bisogno di cure per poter vivere[7]! Infanzia, malattia, gravidanza, disabilità e vecchiaia non sono stati eccezionali e temporanei, ma momenti naturali e fondamentali della vita durante i quali le persone hanno bisogno di cure per poter vivere; di cure adeguate e professionali per vivere bene.

Per troppo tempo “la dipendenza dalla cura è stata patologizzata anziché essere riconosciuta come parte integrante della condizione umana”[8] e troppo a lungo il lavoro di cura è stato considerato una questione privata o di second’ordine; è giunto il momento che la cura diventi principio organizzatore della società e della politica.

Per usare le parole di The Care Collective, come persone e come comunità abbiamo bisogno di una cura che sia condivisa, collettiva, universale e promiscua[9], attivata attraverso il lavoro relazionale delle comunità e organizzata a livello istituzionale grazie alla creazione di servizi pubblici. Vogliamo una cura che si occupi delle persone e dei loro corpi, ma anche dei bisogni relazionali, educativi e culturali; una cura che non offra solo la sopravvivenza, ma che garantisca una vita buona alle persone più fragili. Una cura che tenga in considerazione la reciproca interdipendenza e favorisca il proliferare di legami sociali, grazie all’accesso a luoghi pubblici di comunità e democrazia; una cura verso il mondo urbano e naturale.

In questa prospettiva è necessario che l’intera società sia coinvolta nelle attività di cura, al di fuori dei limiti familiari e in una prospettiva di corresponsabilità nei confronti della comunità, degli stati esteri e dell’intero pianeta[10]; perché “…là fuori ci sono altri da cui dipende la mia stessa vita. Persone che non conosco e non conoscerò mail. (…) Nessuna misura di sicurezza potrà impedire tale dipendenza, nessun atto violento di sovranità potrà liberarci da tale condizione”[11]. Sebbene queste righe siano state scritte in un contesto molto diverso da quello attuale, mai come oggi risuonano vere: davanti all’aggravarsi della crisi climatica e nel vortice dell’attuale pandemia emerge chiaramente il legame profondo che lega le nostre vite a quelle di persone vicine e lontane, al mondo naturale e al pianeta tutto. Da qui sorge[12] il dovere politico di prendercene cura.


[1] The Care Collective, Il manifesto della Cura, Alegre Editori, Roma 2020, p. 19.

[2] È consolidata da decenni la tendenza globale ad accentrare la ricchezza nelle mani di pochi a discapito di larghe fasce della popolazione mondiale, fenomeno che interessa anche le democrazie europee. Per una panoramica sulla situazione in Italia si veda il rapporto Oxfam Italia 2021: https://www.oxfamitalia.org/disuguitalia-2021/#:~:text=Il%20panorama%20delle%20disuguaglianze%20economiche,all’epoca%20del%20COVID%2D19&text=A%20met%C3%A0%202019%20%E2%80%93%20secondo%20gli,met%C3%A0%20pi%C3%B9%20povera%20della%20popolazione.  

[3] Caroline Criado-Perez, Invisibili, Einaudi Editore, Torino 2019, pp. 348-349.

[4] Ibidem, p. 345.

[5] https://www.istat.it/it/archivio/236666

[6] https://www.istat.it/donne-uomini/bloc-3d.html?lang=it

[7] Adriana Cavarero, Inclinazioni, Raffello Cortina Editorie, Milano 2013, pp. 141-142.

[8] The Care Collective, Manifesto della Cura, cit., p. 37.

[9] Ibidem, p. 53.

[10] Ibidem, p. 33.

[11] Judith Butler, Vite Precarie, Maltemi Editore, Milano 2004, cit., p. 10.

[12] Adriana Cavarero, Democrazia sorgiva, Raffello Cortina Editorie, Milano 2019, p. 25.

#cittàpertutte: una campagna di “gender mainstreaming” urbano (a cura di Michela Nota)

“Gli spazi pubblici fanno da cornice a una miriade di interazioni sociali di genere. Come risultato di questi interazioni, diventano gli stessi spazi pubblici di genere”

(UN Women 2016)

Partendo da questa considerazione abbiamo lanciato la campagna #cittàpertutte, per richiamare l’attenzione all’equità di genere negli spazi pubblici della nostra città. Il contesto urbano e la vita cittadina hanno un impatto sociale, culturale, contestuale e relazionale decisivo sulla vita delle persone che abitano questi spazi; per questo è necessario cambiare approccio nella progettazione urbana. Sono infatti le persone a dover essere messe al centro dell’attenzione quando si pensa agli spazi pubblici, con uno sguardo alle esigenze di ognuna di esse.

Purtroppo, troppo spesso l’essere umano viene concepito solo come universale e nella progettazione delle città si pensa a un fruitore-Uomo con la U maiuscola, quindi non vengono prese in considerazione le esperienze sensoriali, i bisogni e il modo di vivere la città di tutte quelle persone che non sono comprese da questo soggetto che si pretende universale. Scrive Leslie Kern in Feminist City: «The city has been set up to support and facilitate the traditional gender roles of men and with men’s experience’s as the “norm” […]. This is what I mean by the “city of men”». Il soggetto universale per cui sono pensate le città è un «uomo bianco di mezza età» e le barriere fisiche, sociali, economiche e simboliche che le donne percepiscono nelle loro vite quotidiane sono invisibili agli uomini, poiché nelle loro esperienze quotidiane raramente le incontrano.

Nella progettazione della città viene troppo spesso trascurata l’esperienza vissuta dalle persone, a partire dai corpi e dalla loro relazione con lo spazio; infatti, le esperienze di ciascuna/o dipendono dal sesso, dall’età e dal contesto di appartenenza. Le città sono pianificate come se tutti avessero gli stessi prerequisiti per viverla ed essere attivi in essa, ma questo vuol dire pianificare gli spazi urbani per un unico tipo di individuo che molto spesso è sia soggetto d’indagine, che decisore politico e urbanista. Questa semplificazione può generare problematiche dal punto di vista sociale, culturale e della salute della cittadinanza, in quanto può dissuadere alcune persone dall’utilizzare gli spazi pubblici in quanto percepiti come pericolosi o inaccessibili: marciapiedi troppo stretti per passeggini o carrozzine, parchi o vie poco illuminate e mancanza di bagni pubblici puliti e sicuri sono alcuni semplici esempi di barriere che le donne incontrano nel vivere la città.

Per uno sviluppo urbani femminile delle città bisogna senza dubbio partire da un ripensamento della mobilità, in quanto le esigenze delle donne sono molto diverse da quelle degli uomini dal momento effettuano spostamenti più brevi e frequenti dei maschi e molto spesso si spostano a piedi e utilizzano più spesso i mezzi pubblici (basti pensare alle commissioni quotidiane o alle esigenze di bambini e bambine). In secondo luogo acquista grande importanza il tema dell’illuminazione, soprattutto durante le ore più buie o nelle zone meno frequentate, così come una progettazione che incoraggi la frequentazione degli spazi più nascosti in modo che le donne non si sentano sole; a questo si aggiunge il tema della dimensione degli spazi, non aperti e ampi ma frazionati in porzioni più piccole e raccolte, a misura di essere umano, spazi pubblici che facilitino il dialogo, la socializzazione e l’interazione; infine, le donne manifestano la necessità di avere a disposizione bagni pubblici puliti e spazi nella città in cui poter trovare un po’ di riservatezza per allattare il/la proprio/a figlio/a.

La prospettiva femminile intersezionale (ovvero che incrocia le caratteristiche di genere, classe, abilità e razza) nello sviluppo urbano cerca di affrontare proprio questa sfida. Comprendendo meglio l’uso degli spazi da parte di donne, bambini, persone anziane e gruppi minoritari, e ascoltando le loro idee rispetto a ciò che rende vivibile una città, possiamo scoprirla con nuovi occhi e prendere in considerazione aspetti sociali e culturali prima inascoltati. Un approccio da un punto di vista femminile alla pianificazione urbana può inoltre creare condizioni migliori per la salute pubblica, sociale e mentale, oltre a quella fisica, sfidando la città a promuovere la salute per tutti i diversi tipi di persone. L’invisibilità delle donne – per utilizzare un’espressione di Caroline Criado-Perez – e la cecità dello sguardo maschile dinanzi alle necessità femminili è evidente in ogni ambito e, a fronte di questo, occorre dare voce e figura alle donne. Mettere un simbolo che renda di genere femminile gli individui rappresentati sulla segnaletica stradale è per Cittàperta un modo di chiedere questo cambiamento di prospettiva denunciando l’invisibilità del femminile, che spesso viene interiorizzata come “naturale” anche dalle donne stesse.

Lo sviluppo urbano da un punto di vista femminile è uno strumento inclusivo per tutti i gruppi demografici, che richiede di prendere avvio dalla comprensione dei diversi valori, background sociali e culturali che le donne hanno. Questo approccio deve essere preso in considerazione per progettare nuovi spazi urbani e deve essere considerato anche in quelli esistenti, al fine di comprendere quali interventi possono essere pensati per incoraggiare e incentivare la partecipazione di una maggiore diversità di utenti.

Per una politica ambientale cittadina (a cura di Paolo Gaffurini)

È molto importante includere la giustizia ambientale
quando parliamo di giustizia sociale. 
È un elemento chiave. È la base di un altro tipo di giustizia.

Greta Thunberg

Nelle prime settimane del 2021 è tornato in modo prepotente nel dibattito della vita cittadina il tema della qualità dell’aria. Il comune di Brescia ha pubblicato il 5 gennaio un corposo documento denominato “Primo rapporto osservatorio Aria bene comune” (1). Il rapporto si pone l’obiettivo di fare il punto della situazione su quello che è lo stato dell’aria che respiriamo, individuando e catalogando tutte le fonti di inquinamento, con il loro contributo percentuale alle emissioni globali.

Senza entrare troppo nei dettagli, (alcuni grafici ed il link al documento li potete trovare in fondo al post) possiamo dire che lo studio elenca alcuni dati incontrovertibili, tra i quali il fatto che l’aria che respiriamo è purtroppo fortemente inquinata. Le maggiori fonti di inquinamento provengono dai trasporti veicolari (per il NOx), riscaldamento (per i PM10) e combustioni nell’industria (per i PM2.5). Tuttavia è bene tener presente che il trasporto veicolare si piazza al secondo posto sia per il PM10 che 2.5.

Lo studio mostra anche un trend di lento miglioramento considerando i dati storici degli ultimi 10 anni. Effetto delle politiche intraprese? Effetto dei miglioramenti tecnologici? Forse un mix di entrambi. Ma la domanda che dovremmo davvero farci è la seguente: questo miglioramento è sufficiente? La risposta è una sola: no. 

No perché l’inquinamento ha effetti dannosi, molto dannosi, e meriterebbe interventi più decisi. Dal documento “Primo rapporto osservatorio Aria bene comune” si legge infatti che:

I principali effetti sulla salute dovuti all’esposizione al particolato sono:

  • incrementi di mortalità premature per malattie cardiovascolari e respiratorie e tumore polmonare;
  • incrementi dei ricoveri ospedalieri e visite urgenti per problematiche respiratorie;
  • bronchiti croniche, aggravamento dell’asma.

Le categorie maggiormente a rischio sono ascrivibili a:

  • soggetti anziani;
  • soggetti asmatici o affetti da malattie respiratorie e cardiovascolari;
  • bambini;
  • popolazioni “deprivate”, ovvero gruppi di soggetti in difficile stato socio-economico piuttosto che situati in contesti lavorativi critici o già fortemente compromessi. Risultano infatti, in termini di mortalità, morbilità e, in generale, di bisogni sanitari, quei soggetti per i quali studi di settore hanno evidenziato significative relazioni con lo stato socioeconomico o la deprivazione materiale degli individui, delle comunità e dei contesti in cui vivono.

A peggiorare la situazione contribuisce sicuramente la conformazione della Pianura Padana, che per motivi orografici non aiuta allo “smaltimento” delle emissioni inquinanti che tendono a ristagnare. Se a questo uniamo il fatto che ci troviamo in una delle zone più densamente abitate d’Europa, con una quantità enorme di stabilimenti produttivi e, non dimentichiamolo, allevamenti intensivi, ecco che il quadro diventa estremamente complesso.

Complesso ed estremamente grave se pensiamo che sono anche stati recentemente pubblicati alcuni studi scientifici che ipotizzano una relazione tra il numero di casi Covid19 con sforamenti e picchi ripetuti di valori di inquinanti in determinate zone geografiche(2).

Si potrebbe quindi pensare che le azioni compiute a livello locale, a livello comunale, poco possano fare per mitigare questo quadro a tinte fosche. Ma questo ragionamento ci porterebbe a scadere nel più classico del gioco allo scaricabarile. Errore da non fare.

Al contrario, ogni singolo soggetto, pubblico e privato, dovrebbe fare tutto quanto sia in suo potere per incidere sulla riduzione delle emissioni. E a livello comunale si può incidere soprattutto su due elementi: trasporti ed emissioni delle abitazioni domestiche ed edifici pubblici. Se per ridurre le emissioni del riscaldamento è necessario investire molte risorse in riqualificazioni energetiche, per incidere sui trasporti si possono pensare idee e soluzioni, anche a basso costo. Nei trasporti, nel modo in cui le persone si muovono e si spostano, le decisioni contano molto di più dei fondi stanziati. Il timore infatti, in questo caso, è di “scontentare” le varie categorie di persone in base alle decisioni prese e perdere consenso. Eppure, in molte città in tutto il mondo, in Europa (3, 4, 5) e anche in Italia, la direzione intrapresa è quella di contrastare questo tipo di emissioni inquinanti con una serie di iniziative:

  • allontanamento delle auto dai centri storici;
  • ridistribuzione degli spazi a favore delle persone, piuttosto che dei mezzi privati a motore;
  • creazione di alternative credibili che permettano anche a chi non possiede un veicolo a motore, di partecipare alla vita sociale ed economica della città;
  • incentivi agli spostamenti con contributi economici spendibili nel commercio locale o erogati direttamente sul proprio conto corrente.

Emblematico è il caso di Parigi e della sua Sindaca Anne Hidalgo, rieletta nel 2020 nonostante abbia centrato il suo primo mandato (ed il programma elettorale del futuro mandato), su una transizione ecologica di Parigi verso quella che viene definita la “città dei 15 minuti”. E per farlo ha in modo netto e chiaro annunciato una vera e propria battaglia contro l’auto come mezzo di spostamento all’interno della città(6, 7).

Cittàperta sostiene che le organizzazioni politiche debbano prendere una posizione netta e decisa per rendere le città dei luoghi che tutelino la salute dei propri cittadini. Prendersi cura della natura non è solo un servizio che l’uomo fornisce all’ambiente: è un investimento che migliora il benessere psico-fisico e la qualità della vita. La sostenibilità ambientale come bussola, per arrivare a un obiettivo più ampio e ambizioso: trasformare il modo di vivere la città. Serve soprattutto una nuova visione di città.

Fonti:

  1. https://www.comune.brescia.it/news/2021/gennaio/Documents/Primo%20Rapporto%20Osservatorio%20Aria%20Bene%20Comune.pdf
  2. https://www.simaonlus.it/wpsima/wp-content/uploads/2020/03/COVID19_Position-Paper_Relazione-circa-l%E2%80%99effetto-dell%E2%80%99inquinamento-da-particolato-atmosferico-e-la-diffusione-di-virus-nella-popolazione.pdf
  3. https://www.ilsole24ore.com/art/a-barcellona-rivoluzione-superblocchi-niente-auto-60percento-strade-ACZ1lto
  4. https://www.bikeitalia.it/2020/01/08/oslo-zero-ciclisti-e-zero-pedoni-morti-nel-2019/#:~:text=C’%C3%A8%20almeno%20una%20grande,e%20i%20ciclisti%20sulle%20sue%20strade.
  5. https://www.adnkronos.com/sostenibilita/in-pubblico/2016/01/15/spagna-citta-senza-auto-anni-pontevedra-pedonalizzata_kjRZp5YuglkOQWdVtLTfRN.html
  6. https://www.bikeitalia.it/2020/10/13/la-sindaca-anne-hidalgo-dimenticatevi-di-attraversare-parigi-in-auto/
  7. https://torino.corriere.it/politica/20_luglio_13/anne-hidalgo-promessa-trasformare-tutta-parigi-zona-30-906b5ada-c4d7-11ea-853b-530755e76362.shtml

A proposito di Cittàperta e di “Democrazia sorgiva” (a cura di Anna Frattini)

La sua regola è l’apertura agli altri, a prescindere dalla loro appartenenza a un gruppo, una nazione, una minoranza, una religione, un’etnia o a qualsivoglia fattore identitario, tanto più se assunto come escludente

A. Cavarero, “Democrazia sorgiva”

Ieri Cittàperta si è presentata per la prima volta pubblicamente e nel come abbiamo scelto di farlo si trovano già molti indizi che raccontano di noi.

Per prima cosa abbiamo deciso di continuare a dialogare con Adriana Cavarero, che negli ultimi anni è stata ospitata a Brescia dalla Fondazione Clementina Calzari Trebeschi e dell’Istituto Razzetti. Questo suggerisce che Cittàperta intende muoversi innanzitutto coltivando le relazioni importanti e virtuose, in questo caso con Adriana Cavarero, e che è consapevole di inserirsi in un contesto già ricco di proposte di altissimo livello. Cittàperta non vuole essere quindi un nuovo soggetto che nasce – come direbbe Hobbes – spuntando dal terreno come un fungo: ci sentiamo invece generate e generati da organizzazioni, enti, soggetti, persone che hanno regalato a questa città un tessuto democratico forte e consapevole. I nostri prossimi passi saranno quindi quelli di confrontarci con esse.

Un secondo tratto di Cittàperta che si può dedurre dalla modalità con la quale ci siamo presentati è quello della centralità della cultura e del pensiero. “Democrazia sorgiva” fornisce spunti che possono essere accolti e tradotti nel presente e la presentazione del libro è stata l’occasione per mostrare la nostra volontà di partire dal pensiero e portarlo poi sul piano dell’azione. Senza una riflessione consapevole e, soprattutto, condivisa con altre persone, l’azione diventa più fragile perché non sorretta da un’immaginazione che guarda lontano né da un’idealità politica.

In terzo luogo Cittàperta vorrebbe facilitare quel processo di riappropriazione della felicità come sensazione collegata alla partecipazione. Se la politica è percepita come distante, dobbiamo provare a cercarne le ragioni e delineare un modo di essere più adeguato all’esistente. Nella presentazione l’abbiamo scritto: «Riteniamo necessario analizzare il contesto in cui ci troviamo per sviluppare e avanzare proposte nuove, che potranno integrarsi all’esistente». Senza questa lettura, che per esempio trova una traduzione concreta nella proposta relativa al bilancio di genere, non ci può essere un progetto adeguato. Solo mettendo in relazione esigenze e proposte si può ricostruire la fiducia nella politica, dalla quale sgorga la felicità.

Per concludere Cittàperta è, come nel pensiero di Hannah Arendt, plurale e imprevedibile. Quando si è un’assemblea è essenziale, nel senso profondo del termine, mostrare se stesse/i e lasciare che nasca una relazione con le altre persone, senza avere la pretesa di mettere immediatamente a frutto dei programmi. Nell’anno e mezzo in cui ci siamo conosciute/i abbiamo sperimentato la pluralità, ci siamo lasciate/i coinvolgere dalla relazione che è nata e il percorso ci ha portate/i qui. Chi vorrà conoscere Cittàperta da vicino lo deve sapere che siamo un po’ così. Imprevedibili. Oggi a chi mi ha chiesto che cosa siamo ho risposto che siamo una pluralità.

Se osservato con gli occhi arendtiani, l’entusiasmo [….] per la fenomenologia assembleare e la sua innovativa valenza politica sembra proprio alludere al momento felice di una forma nascente e sorgiva di democrazia.

A. Cavarero, “Democrazia sorgiva”

Partecipazione attiva: serve una fase nuova (a cura di Andrea Rolfi)

Analizzando i flussi elettorali degli ultimi anni e, in particolar modo, le percentuali di affluenza al voto nelle elezioni sia locali che nazionali, si percepisce come i cittadini e le cittadine si sentano sempre meno rappresentati dalla politica.

Come evidenziano le tabelle riportate in calce al presente articolo, la percentuale di votanti alle elezioni è andata drasticamente in calando man mano che si susseguivano gli appuntamenti elettorali.

Prendendo in considerazione la percentuale di affluenza per l’elezione della Camera dei Deputati, notiamo come, tra le elezioni politiche del 2006 (che diedero vita al governo Prodi II) e quelle del 2018 (governo giallo-verde), coloro che si sono recati alle urne siano diminuti dell’11% e, in termini assoluti, di oltre cinque milioni di individui.

Per ciò che concerne le elezioni amministrative, il quadro non è affatto migliore. Erroneamente si pensa che le elezioni amministrative siano quelle che portano più elettori ed elettrici alle urne perché il sistema elettorale che permette di votare direttamente il candidato Sindaco rende più forte il legame tra politica e territorio e perché la politica locale è fatta di cose concrete di cui la cittadinanza percepisce le conseguenze nella vita di tutti i giorni.

Prendendo il caso specifico della nostra città, Brescia, si nota come questa affermazione non corrisponda affatto alla realtà. Possiamo infatti notare, mantenendo un lasso di tempo simile a quello tenuto nell’analisi per le elezioni politche, come tra le amministrative del 2008 (che hanno visto prevalere il centrodestra) e le quelle tenutesi nel 2018 (riconferma del sindaco Emilio Del Bono) ci sia stata un’emorragia nell’affluenza al voto pari al 27% e, in termini assoluti, a 40 mila elettori totali in meno. Basti sapere che Del Bono ha trionfato, nel giugno 2018, al primo turno con 44232 voti e il 53%, circa 13 mila voti in più della sua rivale del centrodestra Paola Vilardi. Il suo predecessore Adriano Paroli nel 2008 si impose al primo turno con 61 mila voti e il 51% e, allargando l’analisi all’elezione precedente, Paolo Corsini nel 2003 al primo turno fu sostenuto da quasi 55 mila persone (47%) e fu costretto al ballottaggio per essere riconfermato sindaco.

I numeri testimoniano la disaffezione della cittadinanza dalla politica: nel corso degli anni  i cittadini sono stati depoliticizzati, esclusi dal dibattito, dalle decisioni e chiamati in causa solamente il giorno delle elezioni. Tutto questo, unito all’incapacità delle organizzazioni partitiche di offrire culture politiche durevoli e con una visione lungimirante di società, ha contribuito a far crescere l’astensionismo e l’estraneità rispetto a un sistema che non fa sentire più rappresentati molti tra uomini e donne.

Come cercare di invertire questo preoccupante trend e aumentare la partecipazione?

Un passo nella direzione giusta è stato fatto con l’istituzione, da parte del Comune di Brescia, dei Consigli di Quartiere, ma riteniamo non possa essere sufficiente. Serve una fase nuova, serve una visione, servono scelte radicali che siano in grado di coinvolgere e rimettere il cittadino al centro del pensiero e dell’agire politico.

Cittàperta sostiene che le organizzazioni politiche debbano farsi carico della situazione, mantenere la duplice finalità istituzionale e di mobilitazione, coinvolgere le persone mediante confronti dialogici, dibattiti ed esperienze culturali in senso più ampio. «Bisogna fissare i criteri, i princìpi, le basi ideologiche della nostra stessa critica»(A. Gramsci, Che fare?)e delle nostre proposte. Ci occuperemo quindi, tra le altre cose, di formazione politica e istituzionale, di comunicazione e partecipazione volte a contribuire all’innalzamento culturale delle persone. Organizzeremo momenti di formazione e dibattito che vedranno coinvolte personalità e realtà presenti e operanti sul territorio con delle preparazioni specifiche su temi di politica sia locale che nazionale. I meccanismi della democrazia, seppur complessi, devono essere alla base dell’educazione civica di ognuno.

Non può però essere l’unica via; per riattivare la partecipazione sosteniamo sia necessaria la presenza e il radicamento nelle varie zone della città: occorre tornare nelle piazze, nei giardini, aprirsi alla cittadinanza andando da essa e proponendosi attivamente come collettore di istanze. La proposta politica di Cittàperta è ad ora definita nei principi di base e nelle linee essenziali ma avrà delle zone che si costruiranno insieme ai soggetti che parteciperanno a questa esperienza. Avremo bordi piuttosto che confini, ci interessa la dimensione relazionale nei confronti degli individui, delle altre realtà associative, culturali, politiche con cui intendiamo entrare in contatto e collaborare per il bene comune.

 La proposta, seppur complessa, è attivare spazi di partecipazione attiva affinché le scelte politiche possano essere maggiormente condivise e la cittadinanza possa veramente concorrere alla realizzazione di un’opera o un progetto che ricadrà sul proprio territorio. L’obiettivo è contribure a rivitalizzare, almeno in parte, quella democrazia rappresentativa, pilastro del nostro sistema istituzionale e democratico, che risulta, ormai da diversi anni, entrata in una crisi che in un prossimo futuro potrebbe divenire irreversibile.

ELEZIONI POLITICHE – CAMERA DEI DEPUTATI
AnnoNumero elettoriVotantiPercentuale affluenza
2018*46.505.35033.923.32172,94%
2013*46.905.15435.279.92675,20%
2008*47.041.81437.874.56980,51%
2006*46.997.60139.298.49783,62%
200149.256.29540.085.39781,38%

* dal conteggio sono escluse Valle d’Aosta e circoscrizione Estero

ELEZIONI AMMINISTRATIVE – COMUNE DI BRESCIA
AnnoNumero elettoriVotantiPercentuale affluenza
2018145.12283.27657,40%
2013 Primo turno141.79592.95065,47%
2013 Ballottaggio84.04859,27%
2008145.103123.20584,91%
2003 Primo turno155.570120.01377,14%
2003 Ballottaggio112.47172,30%

Fonte dati: elezionistorico.interno.gov.it